La potenza delle credenze

Uno dei fattori chiave per il miglioramento nel Fitness

La potenza delle credenze

Se potessimo incapsulare le nostre credenze, potremmo produrre farmaci estremamente potenti. Le credenze, infatti, modificano la nostra biochimica similmente a una sostanza farmacologica.

L’errore della Medicina attuale (e a seguire i campi che ne derivano, dieta, fitness, etc.) è guardare il corpo meramente dal punto di vista meccanicistico. Come se le credenze (il pensiero) non facesse parte di noi.

Cerchiamo di capire perché non è così e come questo si ripercuota sull’approccio a queste materie.

La biochimica delle credenze

Il presente paragrafo è tratto da The biochemistry of belief (1) (Sathyanarayana Rao 2009).

Cosa sono le credenze

Una credenza non è altro che un principio che fornisce direzione e significato alla vita. Fa sì che noi possiamo filtrare il mondo a partire dalle nostre percezioni esterne ed interne.

Senza alcuna credenza, l’essere umano finisce col sentirsi impotente (non si può “Non credere in niente”).

Come si formano

Le credenze si formano e sviluppano per tutto il corso della nostra vita, se non prima (nel grembo materno). Emozioni, eventi, ambiente, vissuto, e tanto altro, formano il nostro set di credenze.

Uno dei più grandi errori in merito ad esse è considerarle statiche, come un concetto intellettuale fine a se stesso. Questo è totalmente sbagliato.

Abbiamo la capacità di scegliere le nostre credenze e le nostre credenze diventano la nostra realtà.

Gli input sensoriali che riceviamo dall’ambiente entrano in un processo di filtraggio che giunge fino alle porzioni più elevate del nostro cervello, come i lobi temporali.

Le informazioni che giungono alla nostra consapevolezza sono parziali e costituiscono il risultato del filtro delle nostre credenze. Fortunatamente, possiamo modificare questo filtro decidendo di cambiare il nostro modo di pensare.

Cambiando modo di pensare cambiamo le nostre credenze. Cambiando le nostre credenze cambiamo il nostro comportamento.

Il Placebo

Il cosiddetto effetto Placebo è spesso mal capito. È utile in questa sede per comprendere quanto potenti possono essere le nostre credenze sul nostro corpo.

La storia della Medicina pullula di casi in cui il placebo ha indotto effetti profondi in una moltitudine di condizioni cliniche.

A una donna, che soffriva di nausea e vomito grave, in cui i parametri oggettivi della condizione gastrica indicavano dei malfunzionamenti, fu dato un “nuovo, magico ed estremamente potente” farmaco (acqua zuccherata).

In pochi minuti nausea e vomito sparirono e quei parametri tornarono normali.

Questo e altri casi dimostrano come la potenza del placebo (quindi delle credenze) possa avere un effetto superiore a quello atteso dal farmaco.

Il punto chiave è che credenze e interpretazioni della propria condizione governano direttamente la risposta biologica dell’organismo.

La Medicina delle credenze

Alcune scoperte indicano che la nostra interpretazione di ciò che stiamo osservando può alterare profondamente la nostra fisiologia. Tutti i sintomi delle condizioni cliniche agiscono attraverso le nostre credenze.

Trasformando inconsciamente la condizione o la malattia in qualcosa di conosciuto, denominato, schematizzato e spiegato, le reazioni di allarme nel cervello possono essere inibite.

Tutte le terapie hanno un valore nascosto e simbolico che influenza la psiche, oltre agli effetti specifici che agiscono direttamente sul corpo.

L’esempio classico è il nanismo psicosociale: i bambini che sentono e credono di ricevere meno amore e cura dai propri cari, hanno livelli di GH inferiori rispetto ai loro coetanei.

In Medicina, l’utilizzo dell’effetto placebo dovrebbe costituire una parte essenziale di una buona assistenza.

Come si modificano

Per modificare le credenze occorre un cambiamento nelle percezioni. Come esseri umani abbiamo il desiderio innato di imparare e accrescere le nostre percezioni, e lo facciamo tramite l’apprendimento e le esperienze.

Modificare la nostra biochimica a nostro favore presuppone il cambiamento delle nostre credenze a partire dalle nostre percezioni del mondo interno ed esterno.

Le nostre credenze ci forniscono la possibilità di scrivere e riscrivere il codice della nostra realtà.

Modificando le credenze, possiamo modificare noi stessi, in senso biochimico e fisiologico.

Modificare le credenze per migliorare lo stato di Fitness

Spessissimo in ambito dieta, sport e performance, si parla di motivazione, senza realmente capire come essa possa influire sul risultato.

Primo errore: se sono motivato seguo meglio il piano

L’errore più frequente è credere che la motivazione e quindi la credenza in un risultato futuro sia utile per aderire meglio al piano e quindi aderendo meglio al piano si possano ottenere più risultati.

Su questo non ci piove ma non è solo per questo che motivazioni e credenze sono importanti.

Proprio alla luce di quanto detto, credere di riuscire nei propri piani e programmi predispone biologicamente alla riuscita del piano.

Chi crede di non farcela, con pensieri ricorrenti rimuginativi e negativi, invece, predispone il suo organismo a una risposta negativa, come quella che parta dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (2), con conseguenze svantaggiose in termini di performance/dimagrimento/miglioramento della salute.

Prima soluzione: credere in qualcosa

Per risolvere il primo errore bisogna credere in qualcosa. Cosa? Non ha importanza, a patto siano rispettati alcuni princìpi di base: non si può dimagrire mangiando solo schifezze e non facendo attività fisica; ma bisogna mangiare sano e fare movimento.

All’interno di quel mangiare sano e fare movimento si possono creare dei “totem” in cui il cliente crede ma da cui non dipende: bisogna chiarire che quei “totem” sono degli ausili e non le colonne portanti che condurranno al risultato.

Ai pazienti ansiosi viene spesso prescritto un ansiolitico e detto loro di portare sempre con sé la scatolina di medicine in caso ce ne fosse bisogno. Quasi per magia gli attacchi di ansia scompaiono, senza che il paziente ricorra alle medicine.

Anche qui, il meccanismo è spiegato dal “placebo” e anche qui gli effetti sono tangibili in senso biologico: le aspettative (credenze) di avere un farmaco di aiuto modificano l’attivazione neurologica in queste persone (3).

C’è chi crede nella Vitamina D, chi nella C, chi nell’Acido Alfa Lipoico, chi nella Cannella. L’importante è trovare qualcosa che abbia un senso affine al risultato che si ricerca (non daremo un gainer a chi vuole dimagrire) ma non portare a credere che gli effetti positivi “siano tutti nella sostanza”.

Questo è ciò che fa chi vende integratori e alimenti “miracolosi”.

Parentesi: marketing degli integratori e alimenti per il fitness

Chi vende questo tipo di prodotti, più o meno consapevolmente, fa affidamento a questo effetto.

Ti do un integratore e ti faccio credere che funzioni → Questo funziona sia per l’effetto biochimico in sé sia per l’effetto placebo → Tu però non lo sai quindi inizi a osannarlo solo per il suo presunto effetto biochimico.

Con questo semplice concetto si fanno milioni.

Secondo errore: risolvere il problema partendo dal problema

Molte persone vanno in loop e si ritrovano a voler risolvere il problema partendo dal problema. Cosa significa? Cerchiamo di capire con un esempio: dimagrimento bloccato.

La mente umana ragiona per punti e difficilmente lateralizza, cosa che sarebbe fondamentale fare (specie per un professionista).

Il dimagrimento si arresta? Abbassiamo le calorie. Ancora in stallo? Abbassiamole ancora.

Il problema non è il dimagrimento bloccato ma la restrizione calorica. Il dimagrimento bloccato è solo una conseguenza del problema; restringere ancora le calorie significa voler risolvere il problema (restrizione calorica) con il problema stesso (ulteriore restrizione calorica).

Per uscire dal loop bisogna capire il problema: il corpo si adatta alla restrizione calorica, quindi se rialzo le calorie esco da questo loop e permetto al corpo di sbloccarsi.

Ma è fondamentale crederci. Non crederci significa continuare a “sentirsi a dieta” in un momento in cui sarebbe opportuno sbloccarsi; sentirsi a dieta porta a risultati negativi in termini di perdita di peso (4).

Seconda soluzione: astrarsi e avere visione d’insieme

Il cervello fa molta difficoltà a farci astrarre. Fa così perché evoluzionisticamente non ci serve a niente nel breve termine: è il cervello “superiore” (anatomicamente nei lobi corticali frontali), quello più giovane, che permette questo tipo di ragionamento.

Ma ci vuole tanta energia. Energia inutile nel qui e ora, ma molto utile a livello strategico e di programmazione. In una battuta di caccia o si va dritti verso la preda rischiando di farsela scappare o si costruisce una strategia.

La seconda cosa richiede un investimento iniziale maggiore e la difficoltà è proprio questa. Ma il risultato è molto migliore sul lungo termine: viene mantenuto.

Tornando al dimagrimento bloccato: astrarsi dal problema e avere visione di insieme permette di capire che se il corpo si è bloccato un motivo ci deve essere, e questo motivo è che il corpo sta rispondendo allo stimolo restrizione calorica.

Cambiando lo stimolo, si cambia la risposta. E non intensificandolo.

Intensificarlo significa creare un miglioramento nel “qui e ora” ma non a lungo termine. Se intensifico la restrizione calorica continuo a perdere peso ma non faccio altro che ritardare e non annullare una nuova risposta adattiva che porterà il dimagrimento a bloccarsi di nuovo.

Per “uscire dal loop” bisogna credere in un cambiamento radicale dello stimolo e applicarlo, senza pensarci più.

“Due settimane di delibarata non dieta”: in quelle due settimane, non bisogna avere tentennamenti e pensieri come “Oddio ingrasserò / Peggiorerò”: il ragionamento è stato già fatto a monte e la decisione presa a mente lucida.

Terzo errore: analizzare gli studi in maniera “troppo analitica”

È ovvio che un lavoro di analisi sia analitico. Quando si parla di scienza del fitness e del corpo umano però, bisogna stare attenti.

Il corpo è anche cervello, e quest’ultimo “contiene” i processi cognitivi: la nostra mente.

L’analisi degli studi funziona bene per argomenti in cui c’è bisogno di avere una visione macroscopica: “Cosa succede somministrando la dieta X?”. La risposta che si otterrà sarà qualcosa del tipo “Funziona con un errore del Y %”.

Gli studi tendono a scremare, infatti, proprio i fattori emotivi e gli effetti placebo.

Nel one-to-one, quando si tratta una persona e non un gruppo di persone, in campo professionale e non “di ricerca”, è bene invece considerare quei fattori.

L’effetto placebo (con tutti gli aspetti emotivi) va trattato come parte di una “terapia” personalizzata e calibrata.

Terza soluzione: analizzare gli studi alla luce dei “princìpi base”

Quando si analizzano gli studi bisogna sempre tenere presente i princìpi di base che non possono mutare.

Per questo è importante non improvvisarsi Professionisti se prima non si è sbattutto davvero il muso sui libri “basilari”: per quanto riguarda il corpo umano, Biochimica, Fisiologia, Endocrinologia, Psicologia, etc.

Uno studio può fornire un certo trend. Possiamo sapere che la caffeina migliora le prestazioni perché blocca un enzima e il gruppo caffeina rispetto al gruppo placebo ha avuto prestazioni migliori in un determinato task (di concentrazione o fisico).

Il gruppo placebo è generalmente quello che riceve acqua fresca.

Il problema è che manca un terzo gruppo: un vero e proprio gruppo “neutro”, cioè chi non prende nulla.

Nei trial controllati abbiamo come risultato, quindi, la differenza tra caffeina e placebo. Ma non tra placebo e “neutro”.

Nella realtà pratica, invece, si lavora anche tramite il placebo.

Che effetti ha un “placebo di caffeina” sulla performance? Che effetti ha credere che si stia per assumere caffeina sulle prestazioni?

Quarto errore: calcolare l’incalcolabile

“Sto mangiando meno/Mi sto muovendo di più, eppure non dimagrisco”. Inutile chiedervi se l’avete già sentita.

Come se fossero solo dieta e allenamento i fattori chiave per il fitness a lungo termine. In un articolo sul dimagrimento bloccato abbiamo capito che le modifiche di questi fattori (dieta, integratori) agiscono per non più del 15-20% su tutto lo stato di benessere/fitness.

Ma non è tutto.

Questi fattori sono a loro volta poco controllabili. Il calcolo calorico è impossibile nella pratica, una serie di pesi all’80% del massimale calcolato in un giorno preciso, potrebbe essere percepita più o meno pesante in base alla condizione in cui si esegue quell’allenamento, e così via.

Quarta soluzione: affidarsi al proprio “cervello”

Il nostro cervello processa informazioni a velocità esorbitanti senza che noi ce ne accorgiamo. Voi state leggendo questo pezzo e se vi chiedessimo “Cosa stai guardando ora?” rispondereste “Lo schermo del computer/smartphone, è ovvio”.

In realtà gli occhi stanno ricevendo informazioni da tutto quello che è attorno, dietro, di fianco a computer e smartphone. Ma il cervello pone dei cut off in modo che voi possiate concentrarvi.

Allo stesso tempo sta regolando la temperatura corporea, il battito del cuore, il respiro, e una moltitudine di processi metabolici e ormonali.

Bisogna credere nelle capacità del nostro cervello di farci fare scelte in linea con ciò su cui l’abbiamo “sintonizzato”.

L’importante è sintonizzarlo. Prendiamo l’esempio tipico delle “voglie” (i craving) alimentari. Una persona poco consapevole delle scelte alimentari pensa “zuccheri” e va verso i dolci. Ancestralmente il suo corpo l’avrebbe spinto verso la frutta (tra gli unici alimenti dolci presenti in natura).

Associando stimoli e risposte adeguate si possono riscrivere questi percorsi: se ogni volta che il vostro cliente pensa “zuccheri” voi lo istruite a mangiare frutta, verrà “scritta” una associazione che farà in modo che in futuro venga scelta frutta anziché dolci.

Non bisogna dunque inibire i “craving”, piuttosto indirizzarli verso scelte in linea con i propri obiettivi.

Ma quanto sono potenti le credenze?

Rispondere in maniera precisa è impossibile. Dipende. Analizzando gli effetti del placebo, capiamo che dipende dal contesto in cui viene somministrato, da come è “costruito” questo placebo (positivo, negativo, neutro), da come è comunicato (assegnando una terapia, gli effetti possono cambiare se questo viene fatto con più o meno entusiasmo, etc.) (5).

Le credenze e l’effetto placebo sono potenti. Su questo non c’è dubbio, è il quanto che cambia in base ai fattori suddetti. Ad esempio, in uno studio (6) è stato osservato che in pazienti a cui venivano assegnati antidepressivi, la differenza tra dire:

“Questo trattamento è molto efficace

e

“Questo trattamento è abbastanza efficace

faceva sì che i sintomi si riducessero, rispettivamente, nel 90% dei pazienti contro il 33% dei pazienti.

Un altro studio (7) ha osservato come passare da un approccio professionale più tecnico ad uno più empatico potenziasse l’effetto placebo dal 42% (come influenza sulla terapia) all’82% in pazienti con sindrome dell’intestino irritabile.

E voi, ci credete alle credenze?

La prossima volta che assegnate una dieta, un programma di allenamento o consigliate un integratore, assodato che vi siate documentati sui risvolti fisiologici di ciò che state assegnando, fatelo comunque con un sorriso, convinti e in maniera empatica: il risultato sarà superiore.

Non ci credete? Già questo vi farà meno influenti in termini di spinta al miglioramento che volete indurre nei vostri clienti.

Se le credenze sono così potenti, come sfruttarle per migliorare nel Fitness e nello Sport?

Scoprilo nell'ebook Preparazione mentale per Sportivi e Atleti, una guida pratica per dare sempre il massimo.

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Riferimenti

  1. Sathyanarayana Rao T.S. The biochemistry of belief. Indian J Psychiatry. 2009.
  2. Gianferante D et al. Post-stress rumination predicts HPA axis responses to repeated acute stress. Psychoneuroendocrinology. 2014.
  3. Meyer B et al. Neural mechanisms of placebo anxiolysis. J Neurosci. 2015.
  4. de Witt Huberts JC. Double trouble: restrained eaters do not eat less and feel worse. Psychol Health. 2013.
  5. Bystad M et al. How can placebo effects best be applied in clinical practice? A narrative review. Psychol Res Behav Manag. 2015.
  6. Krell HV et al. target="_blank"Subject expectations of treatment effectiveness and outcome of treatment with an experimental antidepressant. J Clin Psychiatry. 2004.
  7. Kaptchuk TJ et al. Components of placebo effect: randomised controlled trial in patients with irritable bowel syndrome. BMJ. 2008.

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Commenti (6)

  • Marianna

    Marianna

    10 Ottobre 2017 at 12:00 | #

    Il mio craving? La FRUTTA!! Per diverso tempo i miei sgarri sono stati sinonimo di frutta: a volte cenavo (di solito il sabato sera) solo frutta, a volte dedicavo un giorno intero (di solito la domenica) alla frutta.Negli ultimi mesi ho cercato di eliminare la frutta dai miei piani nutrizionali, e mi sono resa conto che, quando provo a mangiarla, non riesco a mangiarne più come una volta, e che anzi mi provoca una sensazione di nausea. E' normale?

    Rispondi

    • Il Team di Oukside

      Il Team di Oukside

      11 Ottobre 2017 at 15:02 | #

      Ciao Marianna,
      ti ringraziamo per la tua partecipazione.

      La domanda che poni, senza un contesto specifico, è di difficile risoluzione. Ci possono essere mille mila motivi per cui hai nausea, attualmente, dopo il consumo di frutta.

      Restando in ottica del contenuto relativo alle credenze e l'effetto placebo, nulla esclude che la tua convinzione di averla tolta ti faccia stare bene, e reintrodurla ora ti faccia stare male.

      La cosiddetta preferenza per certi cibi non è qualcosa al 100% innato ma molto condizionabile, come è chiaro da diversi esperimenti presenti in letteratura; uno tra tanti: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19815927

      Inoltre, microbiota, intestino, enzimi, che il tuo corpo adatta a un tipo di alimentazione piuttosto che un altro, possono contribuire ai fenomeni che vedi.

      Speriamo di essere stati utili e chiari.

      Ti auguriamo il meglio,
      il Team di Oukside

      Rispondi

      • marianna

        marianna

        11 Ottobre 2017 at 16:20 | #

        Vi ringrazio ma potreste dirmi un paio di motivi per cui potrei avere nausea? forse intolleranza al fruttosio?

        Rispondi

        • Il Team di Oukside

          Il Team di Oukside

          12 Ottobre 2017 at 09:33 | #

          Ciao Marianna,

          in virtù di quanto scritto nell'articolo, se lo rileggi con attenzione comprendi che non possiamo darti un paio di motivi di questo tipo per cui potresti avere forti nausee.

          Nessuno può darteli. E chi lo fa è solitamente per venderti qualcosa, una presumibile soluzione.

          In accordo con il testo di quanto scritto, vuoi uno tra gli altri motivi per cui hai gonfiore? Perché sei tu adesso a credere, avendone paura, che mangiando la frutta sarai gonfia.

          Se è un problema così grande per te, semplicemente riabituati a mangiarla, con la convinzione che non ti faccia stare male o accettando che lo farà all'inizio e per un periodo limitato.

          Per il resto, non esiste una spiegazione precisa, piuttosto che cercarla, fai delle prove sul campo finché non arrivi a ciò che fa stare bene a te, indipendentemente dai motivi.

          Cordialmente,
          il Team di Oukside

          Rispondi

  • angelo

    angelo

    10 Ottobre 2017 at 17:17 | #

    Buongiorno! In autunno io vivrei invece di zucca, ricca di zuccheri e tanto demonizzata. Ma ogni tanto come sgarro posso mangiarmi 1 zucca al forno? Se mangio bene e sano durante tutta la settimana NON penso ci siano problemi. Meglio 1 zucca o 1 pollo allo spiedo, senza pelle? In un'ottica di dimagrimento..

    Rispondi

    • Il Team di Oukside

      Il Team di Oukside

      11 Ottobre 2017 at 15:04 | #

      Ciao Angelo,

      La domanda è decontestualizzata, ma al di là di questo, riteniamo che un pasto come da te descritto non sia inquadrabile come sgarro del week end (dipende comunque dalla tua alimentazione media sul lungo termine).

      Quindi, così su due piedi, nessun problema per un pasto del genere.

      Speriamo di essere stati utili.

      Ti auguriamo il meglio,
      il Team di Oukside

      Rispondi

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